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    <title>Soldiblog</title>
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    <pubDate>Thu, 11 Mar 2010 20:38:31 GMT</pubDate>
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	<title>Proteste virtuali per il mondo reale</title>
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	<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 07:02:58 GMT</pubDate>
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    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/1106489_keep_the_world.jpg" class="post" align="left" border="0" width="300" height="212" alt="" /> Siamo dunque arrivati alla nuova frontiera? Quella in cui la protesta passa sul web, riuscendo a incidere, in maniera efficace, anche sulla dimensione economica della quotidianità? Presto per dirlo, ma è un fatto innegabile che la società virtuale sta divenendo sempre più un vettore di rivendicazioni socio-economiche, che possono andare dalla semplice protesta per i prezzi troppo alti di uno spettacolo alla serissima mobilitazione simil-sindacale. Negli ultimi giorni, per esempio, l’universo Facebook ha fatto notizia in due occasioni: una, proveniente da Israele; l’altra, made in Sardegna.</p>
 <p>
<strong>Metallica: giù i prezzi</strong><br />
Partiamo dall’argomento più leggero. Il prossimo 22 maggio, allo stadio Ramat Gan di Tel Aviv, per la delizia dei metallari di Israele, sbarcherà la band statunitense dei Metallica. Nel progettare l’evento, gli organizzatori non si sono fatti scrupoli riguardo al prezzo dei biglietti: la gallina-musica ha ancora le uova d’ora e sono sembrati buoni prezzi compresi tra i 100 e i 200 euro. Di parere diverso, però, si sono dimostrati i fan della band, che hanno aderito in massa a una campagna lanciata su Facebook da uno di loro, Tomer Mussman. Iscrivendosi in gran numero al gruppo<a href="http://www.facebook.com/search/?q=boycott+metallica+israel%27s+show&#038;init=quick#!/group.php?gid=335033083873&#038;ref=search&#038;sid=1473277087.1422737129..1"> Boycott Metallica’s Israel show!</a> e protestando contro il caro-biglietti, i fan hanno attirato le attenzioni Gad Oron, local promoter della band. Dopo essere stato ricevuto dagli organizzatori del concerto, Tomer Mussman, fondatore del gruppo su Facebook, ha annunciato di essere riuscito a fare abbassare il prezzo dei biglietti.  </p>
<p><strong>L’isola dei Cassaintegrati</strong><br />
Di tutt’altro tenore l’iniziativa nata in Italia. Da una decina di giorni, un gruppo di lavoratori della Vynilis, ex Enichem (industria chimica di Porto Torres), ha deciso dare vita a una parodia del famosissimo reality-show L’isola dei famosi. Mettendo al centro dell’attenzione non i capricci delle star, ma il disagio sociale di chi è rimasto senza lavoro a causa della crisi, gli intraprendenti sardi hanno creato il gruppo l’<a href="http://www.facebook.com/group.php?v=info&#038;ref=mf&#038;gid=362735135329">Isola dei Cassaintegrati</a>, affidandosi a Facebook per pubblicizzare la protesta. In pochi giorni, l’iniziativa ha raccolto il consenso di 45000 persone. Nonostante il successo, tuttavia, il mondo delle rimostranze virtuali lascia un po’ di amarezza in bocca ai suoi stessi protagonisti, come sostengono gli operai della Vynilis: “C’è l’Italia dei famosi e quella di chi sta perdendo il posto di lavoro noi rappresentiamo quest’ultima e ci fa un po’ rabbia che per avere visibilità ci siamo dovuti inventare una parodia della televisione e affidare la nostra iniziativa a Facebook“.</p>

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	<title>I pendolari europei, tutti sullo stesso treno?</title>
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	<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 06:51:29 GMT</pubDate>
	<dc:creator>matteo</dc:creator>
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    <category>uncategorized</category><category>trasporti</category><category>treni; pendolari; rimborsi; ferrovie; ferrovie dello stato; trenitalia; rfi; viaggi; reclami</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/1251997_railway_tracks_2.jpg" class="post" align="left" border="0" width="300" height="201" alt="" />Inutile alzare la voce e protestare, i pendolari si devono rassegnare: secondo i vertici di Trenitalia, i passeggeri DEVONO subire una certa quota di disagi, soprattutto se sono pendolari e se viaggiano nelle ore di punta. Quasi, quasi, anzi, occorrerebbe mettersi una mano sulla coscienza prima di presentare reclamo.</p>
 <p><strong><br />
Così parlò Moretti</strong><br />
Presente alla trasmissione mattutina di Canale 5, Moretti, amministratore delegato di Trenitalia, si è lanciato in una difesa a spada tratta dell’azienda che amministra: “Le proteste dei pendolari ci saranno sempre. Nei giorni feriali e nelle ore di punta l&#8217;affollamento è tale che è veramente difficile avere treni e posti per tutti. È un problema mondiale, è difficile avere una flotta dimensionata per quelle due ore&#8221;. Nonostante si tratti di una lotta contro i mulini a vento, Moretti ha tenuto a sottolineare come le Ferrovie dello Stato combattano il problema con  &#8220;investimenti in materiale rotabile per il trasporto pendolare di circa due miliardi di euro, di cui 1,5 già affidati. Stiamo facendo questo investimento - ha spiegato il dirigente - per aumentare l&#8217;offerta nelle grandi città. Le prime carrozze arriveranno tra un anno un anno e mezzo, nel frattempo stiamo ammodernando il parco esistente&#8221;. Per quanto riguarda i ritardi, poi, Moretti ha espresso il proprio apprezzamento per l’operato dell’azienda, non mancando di evidenziare i miglioramenti ottenuti rispetto agli anni passati: “Certo, restano alcune disfunzioni, ma i livelli sono in linea con i contratti fatti con le regioni – ha spiegato -  e inoltre abbiamo risolto quasi del tutto il problema pulizie, cambiando quasi tutte le ditte e il grado di soddisfazione delle regioni è molto alto. Dovremo arrivare a risultati soddisfacenti dappertutto in 3-4 mesi&#8221;. </p>
<p><strong>La replica delle associazioni di consumatori</strong><br />
Tra l’indispettito e il piccato, le associazioni dei consumatori hanno reagito con parole di fuoco alle esternazioni del massimo dirigente di Trenitalia. Secondo i consumatori, le affermazioni di Moretti evidenziano la scarsa considerazione in cui i vertici delle Ferrovie dello Stato tengono la qualità del servizio offerto e i disagi subiti quotidianamente dai lavoratori pendolari. Chiedendo anche un intervento del Ministero dei Trasporti sul tema, Adiconsum, Federconsumatori e Adusbef in una nota congiunta sottolineano come, dato il comportamento dei vertici aziendali, rimanga “in piedi il vero e proprio muro innalzato da Trenitalia, che si ostina ad applicare in termini peggiorativi i parametri minimi stabiliti dal Regolamento Europeo in tema di tutela dei passeggeri. Questa condotta, in pratica, rende impossibili i risarcimenti per i ritardi al di sotto dei 60 minuti, cioè, fortunatamente, la larghissima parte di quelli che si verificano&#8221;.</p>
<p><strong>Uguali, uguali all’Europa?</strong><br />
È sicuramente vero, come sostiene Moretti, che la qualità del trasporto ferroviario negli orari di punta è un problema con cui si confrontano in altre zone del mondo. Non ovunque, però, le soluzioni adottate sono le stesse. Nell’applicazione del <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2007:315:0014:0041:IT:PDF">Regolamento Europeo in tutela dei passeggeri</a>, infatti, si riscontrano numerose differenze a seconda del Paese preso in considerazione. Guardando alle sole norme relative ai rimborsi, per esempio, salta all’occhio come l’Italia non sia esattamente in linea con quanto avviene in Spagna e Germania.<br />
Trenitalia nel suo <a href="http://www.trenitalia.com/cms/v/index.jsp?vgnextoid=d1e15ebdd9295210VgnVCM1000003f16f90aRCRD">contratto con i viaggiatori</a> prevede rimborsi del 25% sul prezzo del biglietto per ritardi compresi tra i 60 e 119 minuti, una quota che sale al 50% per ritardi superiori ai 120 minuti. C’è un piccolo particolare da tenere in considerazione: il rimborso non è concesso in denaro, ma tramite un buono viaggio da riutilizzare sulla rete Trenitalia.<br />
In <a href="http://www.renfe.es/condiciones_viajeros/index.html">Spagna</a>, in caso di ritardo superiore a un’ora il viaggiatore ha diritto a un indennizzo in denaro corrispondente al 50% del prezzo del biglietto. Se il ritardo supera l’ora e trenta minuti, però, si può ottenere un rimborso di entità pari al prezzo totale del biglietto.<br />
In <a href="http://www.bahn.com/i/view/CHE/it/services/passenger_rights/passengers-rights-national-services.shtml">Germania</a>, se è vero che la normativa per quanto riguarda i ritardi è uguale all’Italia (25% del biglietto per ritardi compresi tra un’ora e 119 minuti e 50% per quelli superiori ai 120 minuti), è altrettanto vero che sono previste clausole che in Italia non sono nemmeno nominate. Per esempio, nel caso un treno con arrivo previsto tra mezzanotte e le cinque del mattino abbia un ritardo previsto di un’ora, il passeggero ha diritto a servirsi – a carico della Deutsche Bahn - di un mezzo di trasporto alternativo per una spesa che può arrivare a 80 euro. Inoltre, nel caso un passeggero sia costretto a pernottare in albergo a causa di un ritardo o della soppressione di un treno imputabile alle ferrovie, il costo del soggiorno sarà a carico delle Deutsche Bahn.<br />
Dunque, tutto il mondo è paese?</p>

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	<title>Care, care Poste Italiane</title>
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	<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 06:31:56 GMT</pubDate>
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    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/POSTE.jpg" class="post" align="left" border="0" width="247" height="300" alt="" />Il servizio postale italiano è uno tra i più cari d’Europa. Lo attesta una ricerca dell’Anacom, Autorità di regolazione portoghese, ente che ogni anno mette in ordine i servizi postali dei 27 membri dell’Unione europea in base ai costi.</p>
 <p><strong><br />
Un podio costoso</strong><br />
Un servizio equivalente a quello offerto dalla posta prioritaria in Italia negli altri Paesi della Ue costa in media 48 centesimi di euro, 12 centesimi in meno dei 60 che deve pagare chi intende avvalersi dell’operato di Poste italiane. Prezzi maggiori a quelli italiani si trovano esclusivamente in Finlandia e Danimarca (74 centesimi), mentre in Slovacchia è applicata una tariffa uguale. </p>
<p>In <strong>peggioramento</strong><br />
Nel 2008, l’Italia, sempre con un costo di 60 centesimi, occupava il quinto posto della speciale classifica. Nel frattempo, però, le tariffe sono state drasticamente ridotte in Polonia: adesso, a Varsavia e dintorni, cartoline e lettere si spediscono con 47 centesimi, costo in linea con la media europea.</p>
<p><strong>Le cartoline più convenienti</strong><br />
Il servizio postale più economico in termini assoluti è quello di Malta. Nella piccola isola mediterranea, infatti, l’invio di una missiva costa appena 19 centesimi, vale a dire quattro volte meno di quanto è vero per la Finlandia.</p>
<p><strong>Poste e potere d’acquisto</strong><br />
La classifica cambia sensibilmente se si rapporta il costo del servizio postale al potere d’acquisto che la moneta ha nelle diverse nazioni prese in considerazione. Con le tariffe ponderate in questo modo, le poste meno economiche sono quelle bulgare e slovacche (con un costo stimabile in 75 centesimi a invio), mentre quelle meno dispendiose resterebbero quelle di Malta (21 centesimi). Ridisegnando la classifica secondo questi parametri, poi, si scoprirebbe un’Italia in linea con la media europea, con un costo di 49 centesimi a invio.<br />
<strong><br />
Poste economiche verso l’estero</strong><br />
Molto care all’interno del Paese, le Poste Italiane si rivelano economiche per le spedizioni verso l’estero. Il servizio postale italiano, infatti, si piazza al quarto posto per quanto riguarda l’economicità della posta prioritaria indirizzata oltre confine, che diventa il secondo nella classifica che tiene conto anche del potere d&#8217;acquisto. </p>

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	<title>Urgenza casa: social housing, una soluzione parziale</title>
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	<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 06:30:42 GMT</pubDate>
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    <category>uncategorized</category><category>casa</category><category>casa; affitto; caro affitti; immobiliare</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/SOCIALHOUSING.jpg" class="post" align="left" border="0" width="201" height="300" alt="" />A volte una percentuale non basta per rendere in maniera chiara l’immagine di come stanno davvero le cose. È questo il caso delle famiglie che non riescono a sostenere i canoni d’affitto stabiliti dal mercato: sono il 2% dei nuclei familiari del nostro Paese, una quota assai ridotta in termini relativi, ma di assoluta rilevanza se si guarda alla dimensione assoluta del fenomeno. Delle soluzioni al problema e delle vie d’uscita da questa situazione esplosiva si è parlato nel corso del convegno “Abitare contro l’esclusione: costi, diritti, qualità urbana” organizzato dal Sunia (Sindacato degli inquilini) a Milano.</p>
 <p><strong><br />
Un problema in espansione</strong><br />
I nuclei familiari a trovare troppo elevati gli affitti determinati dal libero mercato, e costretti dunque a fare richiesta per un alloggio popolare, sono oltre 35000 nella capitale e 22000 Milano. Con cifre più basse, ma eguale incidenza, il problema si ripropone con identica forza nelle altre 11 aree italiane a maggior tensione abitativa (tra cui Napoli, Genova, Torino, Bari e Bologna).    </p>
<p><strong>Strategie in corso d’opera: housing sociale</strong><br />
La strada intrapresa da governo centrale e istituzioni regionali per dare risposta ai bisogni della società è, nella maggior parte dei casi, quella dell’housing sociale: un meccanismo privato/pubblico in cui è prevista la realizzazione di una serie di alloggi da mettere poi a disposizione in affitto a prezzi calmierati (di regola non più del 30% dello stipendio). L’iniziativa, per quanto meritevole in linea teorica, sconta però due sostanziali difetti: deve in primo luogo essere sottoposta ad attento monitoraggio perché non si trasformi in una semplice e gigantesca operazione di speculazione edilizia, con i privati che si appropriano – a basso costo – di terreni e strutture; in secondo luogo, potrebbe risultare insufficiente di fronte all’estensione effettiva del disagio. Come sostiene Antonello Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, quello dell’housing sociale è un meccanismo “che è in grado di soddisfare non più del 20% del fabbisogno”, mentre, per altro verso, non si è in vista di alcun progetto di edilizia popolare con finanziamento a totale carico dell’ ente pubblico.</p>
<p><strong>Altre vie</strong><br />
Per affrontare a fondo il problema della carenza di case in affitto a prezzi ragionevoli, nel corso del convegno del Sunia, sono state avanzate varie proposte. I canoni d’affitto, per esempio, potrebbero venire calmierati agevolando, con incentivi, l’offerta in locazione di una parte delle molte migliaia di alloggi ultimati o in fase di ultimazione o trasformando in abitazioni alcune delle centinaia di migliaia di metri quadrati di uffici inutilizzati, a Milano come in altre città. A detta di Colombo Clerici, invece, è sbagliato introdurre penalizzazioni o deterrenti nei confronti dei proprietari di casa. Assai più appropriato, secondo il presidente di Assoedilizia, sarebbe rivolgersi a questi con politiche di incentivazione quale la “cedolare secca” (un’unica aliquota del 20% sugli affitti), che avrebbero altresì l’effetto di ridurre il del nero e accrescere il PIL. </p>

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	<item>
	<title>Boom di pignoramenti e vendite all’asta</title>
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	<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 10:01:20 GMT</pubDate>
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    <category>uncategorized</category><category>banche</category><category>crisi; pignoramenti; aste; vendite all'asta</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/952313_gavel.jpg" class="post" align="left" border="0" width="300" height="200" alt="" />Italia e uno, Italia e due, Italia e tre: aggiudicata! Il 2009, a quanto pare, è stato un anno record per le aste e i pignoramenti. Lo conferma il Gruppo Tecnocasa, analizzando e rielaborando i dati raccolti dalle associazioni di consumatori.</p>
 <p>
<strong>Lo studio e i numeri</strong><br />
Dall’indagine è risultato che nello scorso anno pignoramenti e vendite all’asta sono aumentati del 15,2% rispetto al 2008. Se si considerano i tre anni che vanno dal 2007 al 2009, poi, si resta quasi sbalorditi nel notare che i soli pignoramenti si sono incrementati del 60,5%, portando, in termini assoluti, alla vendita all’asta di circa 130000 case. Se hanno sofferto la crisi le famiglie, non molto meglio è andato alle imprese. Tra queste, infatti, si è registrato il deciso aumento di fallimenti e concordati preventivi, che hanno fatto segnare, rispettivamente, tassi di crescita del 40 e del 70%.<br />
<strong><br />
Le difficoltà</strong><br />
Ovviamente, il record di pignoramenti e vendite all’asta è sintomo ed effetto di un’atmosfera di diffusa difficoltà economica. Stando alle rilevazioni Censis-Confcommercio del giugno 2009, si è contratta dal 62 al 51,1% la percentuale delle famiglie che riesce a pagare le rate con regolarità ed entro i termini previsti. Dati che non stupiscono, se si considera che nel nostro Paese a dicembre 2009 le sofferenze bancarie (prestiti per i quali nei bilanci delle banche sono registrate difficoltà pressoché consolidate dei clienti nel rimborso del debito) ammontavano a 59 miliardi, ovvero 17,7 miliardi di euro in più rispetto nel confronto con dicembre 2008 (fonte dati Abi). </p>

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	<description>Italia e uno, Italia e due, Italia e tre: aggiudicata! Il 2009, a quanto pare, è stato un anno record per le aste e i pignoramenti. Lo conferma il Gruppo Tecnocasa, analizzando e rielaborando i dati[...]</description>
	
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	<title>Lavoro: le difficoltà delle donne italiane</title>
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	<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 09:22:04 GMT</pubDate>
	<dc:creator>matteo</dc:creator>
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    <category>uncategorized</category><category>lavoro</category><category>donne; condizione femminile; lavoro; disparità; donna; quote rosa</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/548201_mimosa.jpg" class="post" align="left" border="0" width="300" height="225" alt="" />Trascorsa l’euforia della Festa della Donna, le donne italiane tornano a fare i conti con lo scenario poco confortante del mondo del lavoro. Incrociando i risultati di due ricerche, condotte dall’Ocse e da Almalaurea, quanto viene a delinearsi non è nulla di troppo promettente: il nostro è uno dei Paesi con il più basso tasso d’occupazione femminile, mentre risulta ancora evidente la disparità nel trattamento economico tra uomini e donne.</p>
 <p>
<strong>La ricerca Ocse</strong><br />
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha messo in ordine i propri affiliati secondo il tasso di occupazione femminile. All’Italia è toccata la terzultima piazza, davanti ai soli Messico e Turchia. Con un tale risultato, certo non basta a rasserenare gli animi la considerazione che, in fondo, nel corso degli anni nel BelPaese il tasso d’occupazione femminile è cresciuto, passando dal 45% del 1970, al 58% del 2008 al 62% odierno.</p>
<p><strong>Stipendi rosa più leggeri</strong><br />
Come se non bastassero le difficoltà nel trovare lavoro, a rendere ancora più complicata la carriera delle donne concorre un’evidente disparità nel trattamento economico rispetto ai colleghi parigrado. Una ricerca condotta da Almalaurea sulle laureate del 2003 certifica che gli uomini guadagnano il 25% più delle donne. A un anno dal conseguimento del titolo, lo stipendio medio degli uomini è pari a 1312 euro, mentre quello delle donne raggiunge il valore medio di 1053 euro. Le differenze di genere negli stipendi si ritrovano in tutti i settori disciplinari e risultano particolarmente evidenti all’interno dell’ambito giuridico, dove i laureati uomini guadagnano anche il 44% in più rispetto alle colleghe. </p>

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	<description>Trascorsa l’euforia della Festa della Donna, le donne italiane tornano a fare i conti con lo scenario poco confortante del mondo del lavoro. Incrociando i risultati di due ricerche, condotte[...]</description>
	
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	<title>Avviso ai naviganti: siete liberi di scegliere!</title>
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	<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 12:01:12 GMT</pubDate>
	<dc:creator>matteo</dc:creator>
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    <category>uncategorized</category><category>hi-tech</category><category>internet; microsoft; unione europea; browser; petizione; consumatori; concorrenza; monopolio</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/AVVISOAINAVIGANTI.jpg" class="post" align="left" border="0" width="300" height="225" alt="" />Chi ha acquistato nei giorni scorsi un pc ne ha già fatto esperienza, chi ha in programma di farlo in futuro deve preparasi a una sorpresa: dal primo giorno di marzo sui pc con sistema operativo windows non è più preinstallato Explorer, il browser di casa Microsoft. Per gli utenti è il momento delle scelte!</p>
 <p>
<strong>Il ballot screen</strong><br />
Dopo avere sistemato il nuovo computer sulla scrivania, collegato tutte le periferiche e schiacciato il tasto di accensione, gli utenti si trovano di fronte a una schermata di scelta in cui (indipendentemente che si lavori sul sistema operativo Windows Xp, Windows Vista o Windows 7) vengono proposti alcuni dei browser attualmente sul mercato. L’utente potrà scegliere tra 11 browser, divisi in due schermate. Nella prima, si trovano i cinque più diffusi software per la navigazione (Internet Explorer, Firefox di Mozilla, Chrome di Google, Opera, Safari di Apple), nella seconda quelli che, attualmente, sul mercato occupano una posizione di secondo piano.</p>
<p><strong>Una storia che parte da lontano</strong><br />
Al ballot screen, questo il nome che si è dato alla schermata di scelta, si è arrivati dopo lunghi anni di battaglie legali tra l’Unione Europea e l’azienda di Bill Gates. Dopo multe, ricorsi e contro ricorsi, finalmente, allo scopo di riequilibrare il mercato dei browser schiacciato dal monopolio di Explorer (che fino a pochi giorni fa era preinstallato su tutti i computer dotati di sistema operativo windows), si è raggiunto questo accordo. Sarà una misura efficace?</p>
<p><strong>Previsioni</strong><br />
Secondo i dati di Market Share, fornire agli utenti la possibilità di scegliere il browser porterà a un’erosione delle quote di mercato attualmente detenute da Explorer. Appare difficile, però, che si stravolgano i rapporti di forza: Explorer, infatti, è il browser più utilizzato del pianeta (62,12% dei navigatori); alle sue spalle, in costante crescita, si distingue Firefox, browser open-source di Mozzilla, con il 24,43% delle utenze. Assai più lontani, invece, risultano il neonato Chrome, lanciato da Google, (5,22%), Safari di Apple (4,53%) e Opera (2,38%), concepito nei rigidi climi norvegesi. </p>
<p><strong>Le proteste</strong><br />
Il passo avanti verso la libertà di mercato, però, non sembra abbastanza audace alle piccole case produttrici che sviluppano browser alternativi (tra cui si possono citare Green Browser, Maxthon, K-Meleon, Flock, Avant Browser, Sleipnir e Slim Browser). Queste non si accontentano della seconda fascia nella finestra di scelta in cui le relega il ballot screen: così, sta nascendo una nuova petizione alla Commissione Europea, per chiedere un cambiamento dell’indirizzo assunto. Affermano i piccoli sviluppatori: &#8220;Stiamo solo chiedendo una semplice aggiunta di testo o un elemento grafico che indichi all&#8217;utente medio che ci sono altre scelte spostandosi verso la parte destra della schermata. L&#8217;apparenza finale della schermata non permette alla vasta maggioranza degli utenti di sapere che ci sono più di cinque browser tra cui scegliere&#8221;.</p>

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	<title>Farmaci detraibili: il Fisco fa chiarezza sugli scontrini delle farmacie</title>
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	<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 10:56:55 GMT</pubDate>
	<dc:creator>matteo</dc:creator>
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    <category>uncategorized</category><category>salute</category><category>leggi</category><category>tasse</category><category>farmaci; spese mediche; dichiarazione dei redditi; detraibili; spese detraibili; detrazione</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/FARMACI.jpg" class="post" align="left" border="0" width="300" height="224" alt="" />Avete fatto compere in farmacia, ma non vi orientate più con gli scontrini e non capite se quanto avete acquistato sia detraibile o meno? L’Agenzia delle Entrate, mettendo ordine tra le diverse sigle recentemente comparse sugli scontrini, ha precisato quali sono le diciture che identificano farmaci detraibili.</p>
 <p>
<strong>Un cambiamento a tutela della privacy</strong><br />
Prima di addentrarci nella questione, riassumiamo la vicenda. Da inizio 2010, su indicazione del Garante della Privacy, è entrata in vigore la riforma degli scontrini delle farmacie, sui quali, pertanto, non è più riportato il nome del farmaco acquistato, ma solamente il codice di immissione al commercio. In questo modo, il Garante ha inteso tutelare il paziente-contribuente, che, in sede di dichiarazione dei redditi, non dovrà più rendere noti i propri acciacchi a chi gli presta assistenza fiscale.</p>
<p><strong>Sigle in ordine</strong><br />
Il cambiamento ha dato vita a un po’ di confusione. In questi giorni, infine, l’Agenzia delle Entrate ha deciso di rendere noto l’elenco delle sigle che identificano farmaci detraibili. Nella dichiarazione dei redditi, potranno rientrare nelle spese mediche gli scontrini su cui sono riportate le diciture: &#8220;farmaco&#8221;, &#8220;medicinale&#8221;, &#8220;med.&#8221;, &#8220;f.co&#8221;, &#8220;otc&#8221; e &#8220;sop&#8221; (sigle che indicano i medicinali di automedicazione, senza prescrizione medica), &#8220;omeopatico&#8221;, &#8220;ticket&#8221; o &#8220;preparazione galenica&#8221;. Niente detrazione, invece, per i prodotti definiti come “integratori” o “fitoterapici”. </p>
<p><strong>Eliminato un paradosso</strong><br />
Un ulteriore innovazione, inoltre, riguarda le modalità di presentazione della documentazione. Agli scontrini che riportano la dicitura “ticket”, finalmente, non dovrà più essere allegata una fotocopia della ricetta con cui il farmaco è stato prescritto. Tale obbligo si risolveva spesso in una pratica paradossale: anche i pochi centesimi della fotocopia allegata, infatti, sottoponevano il consumatore a un costo superiore a quanto recuperato al momento della dichiarazione dei redditi. </p>

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	<description>Avete fatto compere in farmacia, ma non vi orientate più con gli scontrini e non capite se quanto avete acquistato sia detraibile o meno? L’Agenzia delle Entrate, mettendo ordine tra le diverse sigle[...]</description>
	
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	<title>San Benedetto “green”? Mancano le prove e arriva la multa</title>
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	<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 15:13:33 GMT</pubDate>
	<dc:creator>matteo</dc:creator>
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    <category>uncategorized</category><category>ambiente</category><category>pubblicità; consumi; antitrust; sentenze</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/ecologi.jpg" class="post" align="left" border="0" width="266" height="300" alt="" />La sensibilità ambientale sta diventando di moda; così, anche tra le grandi aziende, c’è chi spinge sullo spirito “verde” per fare affari, magari, a volte, esagerando a sproposito. Capita, dunque, che l’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato debba sfoderare i muscoli e impartire una lezione a chi “predica bene e razzola male” giocando con la buona fede dei consumatori. Uno degli ultimi casi riguarda il colosso delle acque minerali, la San Benedetto.</p>
 <p><strong><br />
Pubblicità ingannevole? 70mila euro di multa</strong><br />
L’azienda veneta è stata ritenuta colpevole dall’antitrust di pratiche commerciali scorrette e condannata a pagare una multa di 70mila euro (ammenda contro cui la San Benedetto ha fatto ricorso al Tar, che sta lavorando al caso). L’accusa dell’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato verte intorno alle pubblicità, diffuse dalla primavera 2009 all’ottobre scorso, sulle nuove bottiglie eco-friendly. Negli spot, le bottiglie erano descritte con lo slogan “– plastica + natura”, ma, come ha rimarcato la sentenza, l’azienda non è stata in grado di fornire alcuna prova né sulla riduzione del peso del bottiglie (che avrebbero dovuto contenere, invece, il 30% di plastica in meno), né sul risparmio energetico che deriverebbe dalla produzione dei nuovi contenitori (“una quantità di energia equivalente all’anidride carbonica fissata da 16000 ettari di nuovo bosco impiantato”). </p>
<p><strong>Allarme generale</strong><br />
Il caso della San Benedetto, per altro ancora in discussione al Tar, è, secondo l’antitrust, solo un campanello di allarme riguardo un malcostume diffuso nel nostro Paese. Nel testo della valutazione conclusiva dell’Autorità garante sulla vicenda, infatti, si legge: “L’accresciuta sensibilità ambientale dei consumatori ha indotto i professionisti a conferire sempre maggior risalto, nella pianificazione delle proprie campagne pubblicitarie, alle caratteristiche di compatibilità ambientale dei prodotti o servizi offerti. I cosiddetti claim ambientali [&#8230;] sono, quindi, diventati un potente strumento di marketing in grado di incidere significativamente sulle scelte di acquisto dei consumatori [&#8230;] costituisce onere informativo minimo imprescindibile a carico dei professionisti che intendono utilizzare tali vanti nelle proprie politiche di marketing quello di presentarli in modo chiaro, veritiero, accurato, non ambiguo né ingannevole” (Bollettino 52 dell’Agcm, 18 gennaio 2010).</p>

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	<item>
	<title>Patrimoni senza eredi, fortuna per il no profit?</title>
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	<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 15:03:08 GMT</pubDate>
	<dc:creator>matteo</dc:creator>
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    <category>uncategorized</category><category>eredità; successione; patrimonio</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/BENEFIC.jpg" class="post" align="left" border="0" width="300" height="199" alt="" />L’evoluzione demografica del Paese gioca a favore delle organizzazioni di volontariato? Potrebbe essere, anche se ammettiamo che il collegamento tra la riduzione della natalità e lo stato delle finanze delle associazioni no profit non è così immediato e, soprattutto, rimane per ora confinato nel campo delle suggestioni stimolate da uno studio della Fondazione Cariplo.</p>
 <p>
<strong>Lo studio della Fondazione Caripl</strong>o<br />
Utilizzando e rielaborando i dati raccolti da Bankitalia e dall’Istat, la Fondazione Cariplo ha ipotizzato che nei prossimi dieci anni potrebbero essere messi a disposizione di istituzioni di beneficenza e fondazioni erogatrici 105 miliardi di euro provenienti dai lasciti di chi, morendo senza eredi, potrebbe decidere di devolvere i propri averi al settore del no profit. L’analisi ha preso in considerazione i patrimoni di 340mila famiglie, vale a dire le coppie senza figli o le persone senza parenti in vita.<br />
<strong><br />
L’andamento demografico</strong><br />
La Fondazione Cariplo, inoltre, ha sottolineato come nei prossimi anni i patrimoni senza eredi siano destinati a crescere. Vista il ridotto tasso di natalità del nostro Paese, infatti, si prevede che i capitali “intercettabili” aumenteranno di consistenza di anno in anno da qui al 2020. Se nel 2010 rimarranno vacanti 13 miliardi di euro, nel 2015 i patrimoni senza eredi potrebbero ammontare a 67,3 miliardi e nel 2020 tale cifra potrebbe salire addirittura 104,7 miliardi.</p>

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	<description>L’evoluzione demografica del Paese gioca a favore delle organizzazioni di volontariato? Potrebbe essere, anche se ammettiamo che il collegamento tra la riduzione della natalità e lo stato delle[...]</description>
	
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	<title>Italia, prima in scudo fiscale</title>
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	<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 17:14:44 GMT</pubDate>
	<dc:creator>matteo</dc:creator>
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    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/1212823_money_aeroplane.jpg" class="post" align="left" border="0" width="300" height="225" alt="" />Finalmente una classifica mondiale che vede primeggiare la tanto bistratta Italia e poco importa che sia quella molto chiacchierata e controversa del cosiddetto “scudo fiscale”. In nessun Paese del mondo, stando ai dati raccolti dall’Irs (Interna Revenue Service, l’Agenzia delle Entrate statunitense), il provvedimento per il rientro dei capitali illegalmente detenuti all’estero ha avuto “successo” come in Italia.</p>
 <p><strong><br />
In classifica davanti a dei giganti</strong><br />
I 95 miliardi di euro rientrati da oltrefrontiera servendosi dello scudo fiscale bastano e avanzano all’Italia per lasciarsi alle spalle – e a distanza siderale – concorrenti di primo livello, che non hanno goduto di risultati altrettanto “brillanti”. In Francia sono rientrati solo 3 miliardi di euro, in Olanda 1,5, nel Regno Unito si prevede che riprendano la strada di casa circa 2 miliardi di euro, mentre in Argentina la cifra ha raggiunto la quota di 8,3 miliardi di euro.</p>
<p><strong>Soddisfatto Tremonti</strong><br />
Probabilmente felice di poter commentare finalmente un primato, Tremonti ha espresso grande soddisfazione, sprecando parole lusinghiere in una nota di commento ai numeri, che sarebbero: “uno straordinario successo, segno di forza della nostra economia e di fiducia nell’Italia”.</p>
<p><strong>Niente accade per caso</strong><br />
Ci sarà anche la fiducia nell’Italia alla base delle motivazioni che hanno spinto tanti ex-evasori a riportare i propri capitali dove avrebbero dovuto stare da sempre, ma probabilmente quello che più ha giocato a favore del rientro degli euro è il senso di gratitudine verso lo Stato. In nessun altro Paese, infatti, lo scudo fiscale prevedeva condizioni tanto vantaggiose per gli evasori “pentiti”: completo anonimato, pieno condono e una ridottissima aliquota del 5% sulla somma rientrante. Una carezza rispetto a quanto previsto dalla legislazione di altre parti del mondo: in Francia, a seconda della gravità della situazione, si rischia di restituire dal 10 all’80% della cifra rimpatriata; negli Stati Uniti si può raggiungere la quota del 50%; mentre nel Regno Unito, il dispotico Stato può decidere di trattenere l’intero ammontare. Mamma mia, che permalosi questi inglesi!</p>

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	<title>C’è un mutuo per tutti</title>
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	<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 17:10:18 GMT</pubDate>
	<dc:creator>matteo</dc:creator>
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    <category>uncategorized</category><category>mutui</category><category>prestiti</category><category>banche</category><category>finanziamenti; prestiti; mutui; banche; italia; abi</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/soldiblog/prestiti.jpg" class="post" align="left" border="0" width="300" height="265" alt="" />La cessione del quinto è lo strumento che nel campo del credito al consumo si è dimostrato più dinamico nel corso del 2009, un anno in cui moltissime famiglie italiane non hanno potuto fare a meno di ricorrere a qualche forma di finanziamento.</p>
 <p><strong><br />
Un terzo delle famiglie è indebitato</strong><br />
Secondo le ultime stime, l’Italia si è presentata innanzi al 2010 con quasi un terzo delle famiglie indebitate (26%). In molti casi (21%), poi, i debiti si moltiplicano e i finanziamenti diventano più d’uno sottoponendo i nuclei familiari a pressioni economiche spesso non facili da sostenere.<br />
<strong><br />
I finanziamenti più diffusi in Italia</strong><br />
Secondo i dati raccolti dalla Banca d’Italia ed elaborati dall’ABI, nel 62,8% dei casi i debiti contratti dalle famiglie italiane riguardano crediti di medio-lungo periodo (mutui, in genere) per un totale di quasi 240 miliardi di euro. Altre forme di finanziamento predilette dai cittadini del BelPaese sono il credito sul consumo immediato (11,2%, per un totale di 42,7 miliardi di euro), prestiti non finalizzati (10,3%, per 39,4 miliardi di euro) e una o più carte revolving (4,6%). Quello della cessione del quinto è un caso particolare: se è vero che questo strumento copre solo il 2,6% del mercato, per un totale di 9,8 miliardi di euro, abbia visto moltiplicarsi la propria rilevanza del 137%. In circa un terzo dei casi, i finanziamenti concessi con operazioni di credito al consumo vengono utilizzati per l’acquisto dell’auto.</p>
<p><strong>Rispetto all’Europa</strong><br />
In un confronto con gli altri Paesi europei, l’Italia risulta essere uno di quelli in cui l’indebitamento delle famiglie risulta contenuto. Se nella nostra nazione l’indebitamento dei nuclei familiari è pari al 57% del reddito disponibile, in realtà come quella francese e tedesca i tassi d’indebitamento sono molto più elevati, toccando rispettivamente l’80% e il 92%.</p>

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