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    <title>finanzablog</title>
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    <pubDate>Fri, 12 Mar 2010 04:45:51 GMT</pubDate>
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	<title>Amplifon taglia il debito e punta a un 2010 migliore</title>
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	<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 12:25:05 GMT</pubDate>
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    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/Amplifon_01.jpg" class="post" align="left" border="0" width="229" height="233" alt="amplifon mercato finanza andamento titolo risultati" /></p>
<p>Quello che salta all’occhio subito nell’ultimo bilancio di Amplifon è la crescita della redditività dell’azienda. La crescita dei ricavi da 641 a 657 milioni di euro è un segnale di forza del mercato di riferimento, ma il passaggio dell’ebit dal 2,4 al 9,1% dei ricavi in un anno implica una forte azione condotta dal management proprio sulla marginalità del gruppo. </p>
<p>l passaggio dell’utile netto dal rosso di 14,5 milioni di euro è dovuto principalmente a tre fattori. Innanzitutto la crescita dei ricavi e il calo dei costi per le materie prime hanno permesso a monte del conto economico una certa crescita dei risultati che si sono avvantaggiati anche di ricavi e proventi non core straordinari per circa 3 milioni di euro (nel dettaglio rilascio della riserva premi accantonata dalla società del Gruppo che svolge attività di riassicurazione sulle polizze vendute in Olanda).</p>
<p>Costi non ricorrenti per 29,39 milioni di euro che il gruppo aveva sostenuto nel corso del 2008 hanno sicuramente un ruolo importante nel passaggio dell’ebit da 15,5 a 59,85 milioni di euro, tuttavia sarebbe ingiusto trascurare anche la forte attenzione che il gruppo ha riversato sulla gestione finanziaria.</p>
<p>Gli oneri finanziari sono infatti passati da 16,3 a 12,35 milioni di euro e il debito ha subito un taglio consistente da 190 a 150 milioni di euro. In multipli il rapporto debt/equity è sceso a 0,69 e quello debt/ebitda a 1,7 dal 2,56 dell’anno scorso. La concentrazione del gruppo sulle proprie attività britanniche rimane altissima e fra i principali obiettivi messi in campo dal management c’è quello di un ulteriore miglioramento della marginalità nel Regno Unito.</p>
<p>Dopo la riduzione delle perdite operative Uk di 1,5 milioni di euro nel 2009 Amplifon punta a fare ancora di più Oltremanica, mentre in Germani l’obiettivo è quello di incrementare le quote di mercato dopo la perdita di fatturato del 3,2% quest’anno a quota 40,4 milioni di euro. Il mercato più importante della società rimane l’Italia che da sola genera ricavi per oltre 194 milioni di euro (+0,9%) pari a poco meno di un terzo del fatturato complessivo. Seguono Stati Uniti-Canada con circa il 20,1% del giro d’affari complessivo (132,3 mln) e la Francia (14,2% del fatturato ossia 93 mln). Da evidenziare che proprio nella macroarea nordamericana il gruppo ha segnato una crescita dei ricavi del 6,5% nel 2009.</p>
 
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	<title>Energie rinnovabili: un settore ancora in grande fermento</title>
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	<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 14:42:44 GMT</pubDate>
	<dc:creator>riva</dc:creator>
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    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/EnronEnroff_01.jpg" class="post" align="left" border="0" width="207" height="231" alt="energia finanza rinnovabili fotovoltaico eolico enel prysmian first solar stati uniti cina germania francia gran bretagna enel greenpower green power enelgreenpower ansaldo energia nucleare westinghouse a2a edf electricit&Atilde;�&Acirc;&copy; de france areva epr " /></p>
<p>Il business del secolo potrebbe essere davvero l’energia. In questo periodo ancora carico di incertezze per le borse e persino durante lo scorso difficile anno gli investimenti in energia sono cresciuti in netta controtendenza al mercato. Negli Stati Uniti, a Fremont, l’anno scorso un manipolo di fondi ha investito 286 milioni di dollari in un’industria dedita al fotovoltaico, la Solyndra. PricewaterhouseCoopers e l’Associazione nazionale americana dei fondi di venture capital hanno premiato questo investimento come il più ricco dell’anno ed effettivamente il secondo investimento della classifica non aveva racimolato neanche la metà dei fondi impiegati in Solyndra. Il primo produttore di energia da pellicola ultrasottile, la statunitense First Solar, ha incrementato il suo giro d’affari del 48% lo scorso anno e confermato le stime di crescita per quest’anno.</p>
<p>Sicuramente l’interesse oltre l’Atlantico per le rinnovabili deriva anche dall’incoraggiamento del governo Obama che si è tradotto in diverse forme di incentivazione. Anche nel Vecchio Continente però l’attenzione per le fonti rinnovabili è altissima e il quadro tariffario, mercato per mercato, la fa da padrone.</p>
<p>L’interesse per le fonti rinnovabili ha portato ben 4,09 miliardi di euro sul settore nel 2009 a livello globale, l’occasione nel frattempo si è fatta ghiotta anche per l’Italia che desta sempre più l’interesse dei grandi investitori internazionali e ha già registrato forti rialzi nel settore delle rinnovabili a Piazza Affari.</p>
<p>La prossima quotazione del 30% di Enel Green Power probabilmente attirerà ancora di più l’attenzione del mercato. L’evoluzione del comparto in Italia è però ben misurabile. Nel Vecchio Continente il venir meno degli incentivi pubblici ha portato a un crollo degli investimenti in Germania e nel Regno Unito, mentre nel Bel Paese, per il momento, il quadro tariffario rimane vantaggioso, a tutto vantaggio dell’industria che compirà decisivo balzo in avanti con l’avvio di uno dei più grandi impianti d’Europa per la produzione di pannelli solari a film sottile con tripla giuntura particolarmente adatti per gli impianti di medie e grandi dimensioni. Finalmente si attiverà il trascurato e avanguardistico centro M6 di Catania, i padrini del progetto sono Stmicrolectronics e Sharp. Le energie rinnovabili interessano però un po’ tutti a quarant’anni dalla fine del petrolio (o almeno della sua convenienza) e nell’epoca dei certificati verdi e del protocollo di Tokyo.</p>
 <p>
Se la regina del fotovoltaico italiano è la Puglia, la Sicilia ospita il progetto Archimede di Enea che rappresenta forse il più avanzato esempio di centrale a solare termodinamico del mondo, progetti grandi e piccoli nel settore fioriscono, però, un po&#8217; dappertutto, dal Trentino alla Liguria, dalla Toscana alla Campania.</p>
<p>Secondo le associazioni di categoria Anie/Gifi l’industria fotovoltaica ha pianificato soltanto in Italia investimenti per 2,5 miliardi di euro e prevede la creazione di 3.000 posti. Si tratta di numeri esposti per convincere governo e regioni a rinnovare prontamente il Conto Energia per il 2011 a fronte delle incertezze palesate in questo settore di recente dalla stessa Autorità per l’Energia che ha giudicato troppo costosi gli attuali incentivi.</p>
<p>La palla ora passa al governo che dovrà decidere le priorità. Gli investimenti richiesti dal settore energia sono infatti notevoli in un Paese che anni fa rinunciò al nucleare accrescendo fino all’eccesso la propria dipendenza dal gas. Ora il ministro dello Sviluppo economico sta promuovendo nuovamente il nucleare che dovrebbe avvalersi delle nuove e costose centrali francesi Epr che saranno costruite da Areva per EdF ed Enel. Aveva chiesto una fetta degli investimenti miliardari anche A2A, ma il ministro l’ha gelata concedendole al massimo una partecipazione di minoranza nei progetti. Nonostante tutto il dossier non sembra del tutto chiuso e intanto si registrano attriti fra EdF e Areva proprio sul nucleare dopo la nuova partnership russa di Electricité de France con Rosatom.</p>
<p>In Italia, proprio su MF di oggi, Gianni Mion uomo dei Benetton anticipava degli investimenti nel settore dell’energia. Qualcuno ipotizza delle puntate su Ansaldo Energia o sui campi messi in vendita da Eni. La crescita della domanda di energia in questo scorcio di primavera appena confermata da Terna sembra incoraggiare simili attenzioni.</p>

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	<title>Buone prospettive per i chip, Stm e Eems sotto analisi</title>
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	<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 10:37:31 GMT</pubDate>
	<dc:creator>AleOne</dc:creator>
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    <category>compratienivendi</category><category>fatti-del-giorno</category><category>educational</category><category>stm</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Negli Usa il comparto tecnologico sta attraversando una fase positiva: il Nasdaq Composite dai minimi di febbraio è salito del 10% circa contro il 7% circa dello S&#038;P500. La maggiore reattività dell&#8217;indice tecnologico rispetto a quello della &#8220;corporate America&#8221;, sia nelle fasi positive sia in quelle negative, è cosa nota ed il comportamento delle ultime settimane non deve quindi stupire. La buona propensione al rialzo del Nasdaq, che si è lasciato alle spalle anche un piccolo testa spalle rialzista superando area 1115 (figura disegnata a partire dai minimi del 29 gennaio), depone comunque in favore di una buona salute dei mercati azionari nel loro complesso, e permette di considerare come possibile un prossimo test dei massimi di gennaio.</p>
 <p> Se gli indici trovassero la forza per superare questo ostacolo la fase di ripiegamento vista nelle ultime settimane si potrebbe dire archiviata in favore della ripresa del trend rialzista. Anticipare questi segnali da un punto di vista operativo sarebbe rischioso, non solo i grafici tuttavia lasciano intravedere una evoluzione positiva. Recentemente gli analisti di Ubs hanno alzato infatti le stime sull&#8217;andamento del settore dei semiconduttori a livello globale. La previsione è di una crescita per l&#8217;anno in corso del 18%, un notevole miglioramento rispetto alla stima precedente che prospettava una crescita del 12%. Una parziale conferma a questa visione viene dalla decisione di SanDisk, il primo produttore al mondo di memorie flash, di alzare le proprie previsioni di ricavi nel primo trimestre. L&#8217;indice Sox dei semiconduttori conferma le impressioni che si ricavano dallo studio del grafico del Nasdaq: i prezzi sono rimbalzati con forza dopo aver disegnato in area 310 un doppio minimo, supportato dalla linea di tendenza tracciata dai minimi di marzo 2009. La reazione sembra in grado di avvicinare la resistenza offerta dal top di inizio anno a 370. In caso di superamento di questo ostacolo il trend rialzista visto dai minimi di fine 2008 si potrebbe dire ripreso, primo target in area 400 dove si colloca un&#8217;altra resistenza critica (il 61,8% di ritracciamento del ribasso dal picco del luglio 2007). </p>
<p>Tra i titoli del comparto tecnologico domestico che potrebbero beneficiare di questa evoluzioni vi sono Stm e Eems. </p>
<p>Stm, il primo produttore di chip in Europa, si è lasciato alle spalle grazie al rialzo del 2 marzo la forte resistenza offerta a 6,58 dal picco del 6 gennaio. Il titolo dimostra quindi una notevole forza relativa rispetto all&#8217;indice Ftse Mib del quale fa parte: a differenza di quest ultimo infatti Stm vanta un saldo positivo rispetto all&#8217;apertura di inizio anno a 6,395 euro (l&#8217;indice perde invece il 6% circa dai prezzi di avvio del 2010). La fase positiva partita dal doppio minimo di area 5,70 disegnato ad inizio febbraio posa su solide basi, su quei livelli transitano infatti sia la media mobile a 200 sedute sia la linea di tendenza rialzista tracciata dai minimi di marzo 2009. I presupposti in favore di un allungo al di sopra dei massimi di ottobre, resistenza a 7,03, sembrano quindi esserci. Il superamento di quell&#8217;ostacolo rappresenterebbe un segnale graficamente rilevante anche in ottica di medio termine: in area 7 euro si colloca infatti il 61,8% di ritracciamento del ribasso dal top di settembre 2008 a 9,50 euro. Questa percentuale di ritracciamento ricavata dalla serie di Fibonacci si dimostra spesso capace di fare da spartiacque tra una correzione ed una vera e propria inversione di tendenza. Oltre area 7 quindi il trend in atto dai minimi del 2009 potrebbe dimostrarsi capace di evolvere ulteriormente, con primo obiettivo in area 8,05/8,10 euro, sul lato superiore del canale rialzista che contiene le oscillazioni dell&#8217;ultimo anno. Solo discese sotto la base di questo canale, in area 5,70, porrebbero fine alle prospettive di rialzo aprendo la strada alla correzione di tutta la salita dai minimi di area 3 euro con target in area 5 euro almeno.</p>
<p>Il quadro grafico di Eems è caratterizzato dalla presenza di un potenziale testa spalle rialzista disegnato a partire dai minimi dello scorso luglio. Il superamento della linea tracciata dal massimi di settembre e passante per quello di fine dicembre, attualmente in area 1,27, completerebbe la figura prospettando il proseguimento della fase rialzista in atto da novembre. Target del testa spalle in area 1,85, quindi sul massimo di maggio 2009, resistenza intermedia a 1,52 euro circa. La rottura anche di 1,85 aprirebbe la strada al test di 2,10, 50% di ritracciamento del ribasso dal top di maggio 2008 a 3,66, quota critica anche per l&#8217;evoluzione a medio termine del titolo. Perchè il trend possa mantenere una intonazione positiva le quotazioni dovranno confermarsi al di sopra di area 0,95/1,00, supporto dimostratosi determinante in più occasioni nel recente passato (i minimi di fine marzo 2009, di fine luglio 2009, di febbraio). Sotto area 0,95/1,00 rischio di test a 0,85 della linea di tendenza tracciata dai minimi di marzo 2009, ultimo sostegno in grado di evitare movimenti di ribasso estesi, diretti verso area 0,50.</p>

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	<title>I Cds ripropongono la negletta questione delle regole</title>
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	<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 13:58:07 GMT</pubDate>
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    <category>risparmio-tradito</category><category>banche</category><category>politica</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/regolenuove_01.jpg" class="post" align="left" border="0" width="276" height="288" alt="borsa finanza cds lower tier II strumenti ibridi di capitale basilea usa inghilterra gran bretagna mercato finanza risultati" /></p>
<p>Il sistema delle nuove regole della finanza globale, quelle che dovranno proteggerci in futuro da crisi come questa, sembra ormai ridotto a una querelle sul sesso degli angeli o peggio a un incontro del G8 o del G20.</p>
<p>Sarà che nella politica fra stati la sovranità nazionale vince sempre sulle esigenze comuni, sarà che la questione sul debito delle banche o sul mercato dei derivati è molto tecnica, ma il dibattito sembra anche oggi stantio.</p>
<p>Il sospetto che il recupero dei listini abbia allentato la pressione sulle regole è vivacissimo. D’altra parte il glossario della finanza globale è ormai un’enciclopedia sconfinata di contratti spesso non sottoposti a nessuna regola nazionale o globale. I Cds contro cui ora Mario Draghi tuona, in qualità di numero uno del Financial Stability Forum, sono diventati uno strumento imprescindibile per la valutazione dei titoli delle banche e del debito delle nazioni, eppure sono sostanzialmente poco regolati, poco trasparenti e per giunta poco liquidi. In fondo è come se quattro persone giocassero a carte e al posto dei semi avessero il destino di nazioni o grandi industrie.</p>
 <p>
Basta ricordare che i credit default swap anticiparono il fallimento di Lehman Brothers, che la copertura di queste assicurazioni contro il default dei titoli che coprono ha permesso il passaggio di miliardi di dollari dal Governo Usa ad Aig e a Goldman Sachs.</p>
<p>Proprio Goldman Sachs è accusata di avere fatto il doppio gioco con la Grecia aiutandola prima a prendere debito e poi scommettendo proprio con i Cds contro la tenuta della Repubblica Ellenica (per qualcosa del genere GS è indagata dalla Sec americana che sospetta delle “trappole” alla stessa Aig). A questo punto ritorna il problema della trasparenza, che poi è ormai un problema di sovranità in quanto è chiaro a tutti che l’economia del mondo è sempre più appesa a questo oceano vago di strumenti di debito e titoli che viene scambiato su scala globale da pochi soggetti. Se gli stati non riescono a regolare questi flussi è chiaro che non possono intervenire adeguatamente nell’economia: dunque è un problema di sovranità fra intermediari e centri di potere politico.</p>
<p>Obama chiede una tassa alle banche e Paul Volcker suggerisce invece criteri di capitale più rigidi per evitare ancora che le too big to fail mettano a rischio i bilanci dei governi chiamati a salvarle. L’Europa (Francia, Gran Bretagna e in parte Germania) per il momento ha deciso però di respingere le proposte americane: lo ha fatto sotto voce, ma con decisione.</p>
<p>Eppure la questione delle nuove regole è primaria. Basta leggere l’articolo di oggi sul Sole 24 Ore che sottolineava che solo in Italia ci sono 3 miliardi di emissioni di debito subordinato “lower tier II”. Nel resto d’Europa la quantità di emissioni di debito secondario sarebbe ancora maggiore. Cosa sono? Si tratta di emissioni che sono a metà fra capitale e debito, già, il confine è diventato sempre più indefinito e così i regolatori internazionali provano a porre nuovi limiti nel complesso mondo del debito bancario.</p>
<p>Proprio questo camuffamento del rischio, questo chiamare il debito capitale e rivenderlo per tale è il meccanismo che ha generato i disastri della crisi. La chiarezza è però ancora lontana. La sensazione generale è che queste regole, in fondo, non le voglia nessuno. Vincolare il capitale delle banche potrebbe significare limitare i prestiti all’economia reale. Il peggio sembra poi passato e perché vincolare risorse a criteri rigidi che ne penalizzano la redditività? Il timore concreto di un nulla di fatto che passi dalla regolamentazione del mercato dei derivati (Cds compresi) a quella della patrimonializzazione delle banche a quella delle agenzie di rating e così via è molto vivo.</p>
<p>Il mondo ha scarsa memoria finanziaria anche in tempo di crisi e la ripresa dei listini fa mormorare a molti che in fondo va bene quello che è stato fatto finora. Cioè? Cioè salvare le banche con denaro pubblico e spalmare sull’economia reale un debito poco trasparente e sostanzialmente incontrollabile creato dagli intermediari finanziari per gli investitori globali (colleghi compresi). In questa galleria delle opacità quello che appare più concreto è in realtà la mancanza di sedi di confronto e di posizioni chiare in merito da parte dei governi.</p>
<p>Questa volta chi non vuol sentire sembra stare, però, in Europa e non negli Stati Uniti. Washington e il Fondo monetario internazionale hanno avanzato delle proposte a cui non sembrano essere seguite delle approvazioni o almeno delle controproposte. La crisi greca avrà sicuramente rallentato la reazione europea, ma in fondo ormai sono anni che fra Basilea, G8, G20 e altre sedi ancora rimbalzano idee sulle nuove regole. Viene quasi il timore che possano non fare in tempo per la prossima crisi.</p>

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	<description>Il sistema delle nuove regole della finanza globale, quelle che dovranno proteggerci in futuro da crisi come questa, sembra ormai ridotto a una querelle sul sesso degli angeli o peggio a un incontro del[...]</description>
	
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	<item>
	<title>Italcementi: la congiuntura è ancora incerta, accentramento della gestione finanziaria</title>
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	<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 13:26:48 GMT</pubDate>
	<dc:creator>riva</dc:creator>
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    <category>az-italia</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/italcementiimpianto.jpg" class="post" align="left" border="0" width="300" height="200" alt="italcementi mercato finanza pesenti bergamo andamento gruppo ciments francais" /></p>
<p>Rimangono ancora incerte le prospettive globali del settore del cemento e i big di questi comparto non possono che agire sulla propria efficienza finanziaria od operativa. Grandi incognite si proiettano infatti sulla ripresa del mercato immobiliare nei vari paesi colpiti dalla crisi. Il fatturato dei produttori di cementi e calcestruzzo come Italcementi sarà sotto pressione sia sui volumi che sui prezzi di vendita. La catena dei costi rischia inoltre di risentire di un probabile rincaro dei combustibili, mentre a livello globale i vari mercati emergenti registreranno ancora pressioni competitive che metteranno a rischio i margini.</p>
<p>Il 2009 di Italcementi si è già chiuso con luci e ombre. I ricavi sono scesi del 13,3% a 5 miliardi di euro, gli utili hanno registrato una flessione del 22,2% a 215,3 milioni di euro (al netto del risultato attribuibile a terzi la flessione è del 50%). La cedola è stata mantenuta, ma è passata da 50/53 centesimi (ordinarie/risparmio) a 24,4/27,4 centesimi. L’ebitda margin in compenso è cresciuto dal 19,3 al 19,4% grazie al taglio dei costi di materie prime e di servizi (importante anche la gestione del magazzino che ha portato a una variazione negativa di 91,1 milioni di euro nelle rimanenze).</p>
<p>A valle del margine operativo lordo crescono ammortamenti e rettifiche sul valore delle immobilizzazioni e pesano sul risultato operativo portando l’ebit margin all’8,8% contro il 10,5 per cento. Gli oneri finanziari scendono invece da 180 a 131 milioni di euro in contemporanea al calo del debito finanziario netto da 2,67 a 2,41 miliardi di euro. Il patrimonio netto del gruppo Italcementi (4,69 miliardi di euro di cui 3,35 attribuibili al gruppo) è in ogni caso ampiamente sufficiente.</p>
<p>L’attenzione a una corretta gestione del debito e della liquidità del gruppo appare comunque evidente da diversi elementi. L’emissione di bond non convertibili per due miliardi di euro appena annunciata e messa al servizio del riscadenziamento del debito si inserisce in un più vasto programma di riprogettazione della gestione finanziaria della società. Italcementi Finance SA, assistita dalla Spa controllante, sembra il cuore di questo intervento nella finanza del gruppo.</p>
<p>In questo contesto si inserisce anche il rifinanziamento di una parte notevole dell’indebitamento di Ciments Francais e un’offerta su delle obbligazioni emesse negli Stati Uniti nel 2002 e nel 2006 e sulle quali si offrono 1.065 dollari per ogni 1.000 di valore nominale fino al prossimo 24 marzo. La controllata francese ha un peso specifico notevole nel bilancio del gruppo, basta pensare che copre da sola 4,21 miliardi di euro di ricavi (quasi l’85% del giro d’affari complessivo) e realizza anche più utili dell’intero consolidato (337,3 milioni contro i 215,3 dell’intero gruppo). Non stupisce in questo senso che il suo dividendo sia rimasto invariato a 3 euro contro i 27,4 centesimi del gruppo Italcementi. La controllata ha però anche un debito da 1,56 miliardi di euro che sarà bene gestire insieme al resto del gruppo: un qualche accentramento in tal senso potrebbe rivelarsi conveniente. Sui mercati internazionali Italcementi ha registrato performance discontinue subendo comunque l’indebolimento di Europa e Stati Uniti. Qualche spunto positivo in Egitto e Marocco è stato bilanciato da cattive performance in Bulgaria e Turchia. La crescita in Cina e i volumi di vendita in loco rimangono trascurabili nel complesso: molto meglio, forse, concentrarsi sull’India e sulla Thailandia.</p>
 
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	<title>Bund future ai massimi storici. Quali gli effetti sulle borse?</title>
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	<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 10:44:23 GMT</pubDate>
	<dc:creator>AleOne</dc:creator>
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    <category>compratienivendi</category><category>fatti-del-giorno</category><category>educational</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Mettendo a confronto il grafico del Bund future, il derivato sul titolo di stato decennale tedesco, e quello dell&#8217;indice azionario Eurostoxx 50, anche un osservatore distratto noterebbe un andamento sostanzialmente speculare, almeno negli ultimi 10 anni circa, con l&#8217;eccezione del biennio 2003-2004. Questa evidenza, anche se solo qualitativa, viene resa ancora più chiara invertendo la scala relativa al future obbligazionario, in questo modo è facile realizzare come la borsa tenda ad apprezzarsi in presenza di prezzi al ribasso, e quindi di rendimenti in crescita, da parte del Bund e viceversa tenda a flettere quando le quotazioni dei titoli governativi salgono ed i rendimenti scendono. Il fatto che il Bund future abbia toccato recentemente nuovi massimi storici in area 124,50 è quindi un indizio preoccupante per chi investe in azioni: se la relazione di fondo tra i due mercati, che sembrano essere uniti da vasi comunicanti, per cui i flussi in uscita da uno dirigono sull&#8217;altro e viceversa, verrà rispettata anche in futuro, ad un segnale graficamente positivo per i prezzi delle obbligazioni rischia di corrisponderne uno negativo per le azioni. Ma è ragionevole pensare che le quotazioni del Bund possano spingersi ancora al rialzo con una contestuale ulteriore compressione dei rendimenti?</p>
 <p>
Oppure i livelli di prezzo raggiunti, che rappresentano, ricordiamo, i massimi di sempre, sono da considerare la fine di un ciclo, l&#8217;ultima ondata rialzista prima di una inversione? Il dubbio, o meglio, in base a quanto ipotizzato riguardo le correlazioni tra i diversi mercati, la speranza dal punto di vista dell&#8217;investitore in azioni, che il trend al rialzo del Bund sia ormai alle battute conclusive è lecito, motivato dai dati macro di recente uscita che mostrano come sia ormai scontata la fine della fase di contrazione del Pil nei principali paesi. </p>
<p>Negli Usa, il paese al quale tutti gli altri guardano per capire quale potrà essere l’evoluzione dell’economia globale, la revisione del Pil del quarto trimestre del 2009 ha messo in evidenza una crescita del 5,9% sul precedente, la più forte da sei anni a questa parte. </p>
<p>Per non parlare poi della Cina, la cui crescita è cosi rapida che da più parti si inizia a parlare di una nuova bolla “in fieri” che dal comparto immobiliare potrebbe poi tracimare sugli altri settori. Secondo l&#8217;analisi intermarket, quella che studia l&#8217;evoluzione delle diverse classi di strumenti finanziari in base all&#8217;andamento del ciclo economico, l&#8217;avvio di una nuova fase di crescita dopo una recessione è infatti più favorevole ai mercati azionari che a quelli obbligazionari. </p>
<p>Quando il ciclo riparte le aspettative sui tassi di interesse si modificano infatti in favore di un loro futuro rialzo, mettendo sotto pressione le quotazioni dei bond. Il paventato aumento del costo del denaro non danneggia invece i corsi dei titoli azionari: le prospettive di aumento della domanda di beni e servizi, e quindi delle vendite, viene vista come una opportunità per quelle aziende che sono sopravvissute alla crisi ristrutturandosi e migliorando quindi la propria efficienza. </p>
<p>Un chiaro segnale di quale sia la direzione futura dei tassi di interesse lo ha fornito di recente la banca centrale australiana, intervenuta per la quarta volta in pochi mesi alzando il costo del denaro di 25 punti base fino a portarlo al 4%. E non è finita qui, i mercati si attendono ulteriori manovre restrittive nei prossimi mesi. Secondo il governatore dell’istituto centrale Glenn Stevens l’economia cresce sui livelli ottimali, inimmaginabili solo un anno fa, l’inflazione è prossima ai target e di conseguenza anche i tassi di interesse devono adeguarsi. Secondo Stevens la giusta forchetta verso la quale tendono i tassi è quella compresa tra il 4,25% ed il 4,7%, quindi il percorso al rialzo non è ancora compiuto. L’economia australiana è pesantemente legata all’andamento delle materie prime, e viene quindi considerata un buon anticipatore del ciclo economico mondiale. </p>
<p>A meno di shock imprevisti che blocchino la ripresa imponendo un nuovo periodo di contrazione all’economia globale, il temuto “double dip”, la strada intrapresa dall’Australia verrà seguita anche dagli altri paesi. I tassi nelle nazioni più ricche sono ora nell’ordine dell’1%, difficile quindi immaginare una loro ulteriore compressione, mentre la prospettiva di una risalita, a partire da un tempo non troppo distante dall’attuale, appare sempre più credibile. </p>
<p>Del resto il grafico del future sul bond decennale Usa racconta una storia leggermente diversa rispetto a quello del Bund: nel  caso del future Usa i massimi storici, toccati in area 128,50 a fine 2008, sono lontani e sul grafico è visibile una sorta di ampio testa spalle ribassista, disegnato a partire dal picco di marzo 2008. Il completamento di questa figura avverrebbe con la violazione del supporto di area 114,5 e segnerebbe la fine dell&#8217;uptrend disegnato dai minimi del 2007. La differenza di comportamento tra i titoli europei e quelli Usa è spiegabile con le tensioni introdotte nella Ue dalle difficoltà di bilancio della Grecia e di altri paesi periferici. Gli investitori si sono spostati sul Bund considerandolo l&#8217;asset più sicuro sul panorama europeo facendone salire le quotazioni. Negli Usa, in assenza di questi elementi distorsivi, il differenziale tra i titoli a breve scadenza ed il decennale si è aperto in favore di quest&#8217;ultimo: il mercato sta scontando tassi a lungo termine più elevati, un comportamento compatibile con l&#8217;ipotesi di ripresa economica. </p>
<p>Per l&#8217;investitore la cosa importante in questo momento non è tuttavia stabilire se i tassi saliranno o meno, cosa che appare ormai scontata, quanto indovinare la giusta tempistica con cui lo faranno per poter alleggerire la componente obbligazionaria del proprio portafoglio, riducendola sia come peso sia come durata residua dei titoli, ed incrementare quella azionaria. E per il momento, con il Bund future sui massimi storici, l&#8217;attuazione di una strategia di questo tipo appare prematuro. Ma quando potrebbero iniziare a cambiare le cose? Il quadro grafico del benchmark obbligazionario europeo appare per fortuna relativamente di facile lettura: i prezzi si muovono al rialzo dai minimi di giugno 2009 contenuti da un canale la cui base, in area 122,50, praticamente coincide con la media mobile a 100 giorni. Se da un lato quindi fino a che area 122,50 fungerà da supporto il target per il derivato tedesco si colloca in area 126,50, sul limite superiore del canale, dall&#8217;altro la violazione di 122,50 potrebbe rappresentare un punto di svolta rilevante, l&#8217;interruzione della fase rialzista che ha dominato gli ultimi 9 mesi di mercato. Segnali analoghi verrebbero come detto con il decennale Usa al di sotto di area 114,50. Sarebbe la violazione di questi supporti ad inviare un segnale di conferma di un avvenuto passaggio di testimone dai bond alle azioni a conferma della capacità della ripresa economia di camminare speditamente. </p>
<p>Il quadro dipinto dall&#8217;analisi intermarket partendo dallo studio dei mercati obbligazionari è quindi di una fase di transizione, dove le premesse in favore di una uscita dalla crisi sono presenti ma non si sono ancora manifestate in concreto con tutta la loro forza. In attesa di segnali chiarificatori da parte dei mercati obbligazionari la borsa potrebbe proseguire nella fase sostanzialmente laterale disegnata negli ultimi mesi, o addirittura subire una ulteriore flessione. Sarà il superamento dei massimi di inizio gennaio, relativamente vicini per gli indici Usa, ancora distanti invece per quelli europei, a permettere di guardare con maggiore fiducia al futuro delle azioni ed segnalare quindi al risparmiatore che è nuovamente il momento di espandere la componente azionaria del portafoglio. </p>
<p>Fino ad allora privilegiare la liquidità appare il suggerimento che meglio si adatta alla attuale condizione dei mercati.</p>

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	<item>
	<title>Prysmian sale dopo la vendita della quota da parte di Goldman Sachs</title>
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	<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 13:38:34 GMT</pubDate>
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    <category>az-italia</category><category>energy</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/cavi2_01.jpg" class="post" align="left" border="0" width="226" height="181" alt="prysmian cavi risultati goldman sachs mercato finanza battista investitori cavi pirelli cavi" /></p>
<p>Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo</p>
<p>Prysmian a fine mattinata torna sopra la parita&#8217; dopo un avvio debole. Il titolo nella parte iniziale della seduta era stato penalizzato dalla notizia della vendita della quota del 16,8% in mano a Goldman Sachs, gran parte della quale detenuta tramite il veicolo denominato Prysmian (Lux) II S.à r.l.</p>
<p>Si tratta dell&#8217;ultima tranche della partecipazione di maggioranza detenuta da Goldman Sachs, partecipazione che e&#8217; stata progressivamente ridotta dopo l&#8217;approdo in borsa della ex divisione Pirelli Cavi. Le azioni sono state cedute a investitori qualificati attraverso un&#8217;offerta gestita da Goldman Sachs International e Banca IMI S.p.A. in qualità di Joint Bookrunner.</p>
<p>Nonostante l&#8217;iniziale sbandamento (secondo i rumor il prezzo di vendita sarebbe stato di 12,75 euro, contro i 13,20 della chiusura di ieri) la notizia e&#8217; da considerarsi positiva in quanto le azioni sono finite direttamente nei portafogli di investitori istituzionali senza passare per il mercato, circostanza che ha evitato il riversarsi delle azioni in borsa con conseguente deprezzamento del titolo.</p>
<p>Da notare che 1,5 milioni di azioni sugli oltre 30 milioni venduti da Goldman Sachs sono stati acquistati dall&#8217;amministratore delegato di Prysmian Valerio Battista, con un investimento vicino ai 20 milioni di euro. Il manager, che deteneva gia&#8217; una quota dello 0,4% e&#8217; cosi&#8217; salito all&#8217;1,2%. Si tratta in sostanza di una evidente dimostrazione di fiducia nelle prospettive della societa&#8217;.</p>
<p>Prysmian ha da poco presentato i risultati 2009. Ricavi e profitti sono scesi rispettivamente del 17,4 e del 37,9 per cento su base annua, ma l&#8217;Ebitda adjusted ha superato, seppur di poco, le stime di consensus. Il dividendo e&#8217; stato confermato a 0,417 euro per azione. Nonostante le incertezze</p>
 
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	<item>
	<title>Fastweb: serve una decisione rapida </title>
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	<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 12:37:02 GMT</pubDate>
	<dc:creator>riva</dc:creator>
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    <category>telecomunicazioni</category><category>telecom-italia</category><category>az-italia</category><category>fastweb</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/fastweb_05.jpg" class="post" align="left" border="0" width="234" height="165" alt="fastweb parisi scaglia di girolamo mercato finanza gip gup procuratore giudice garante garanzia telecom italia sparkle compagnia telefonica inchiesta &#39;ndrangheta fatture false phun cards" /></p>
<p>Il quadro di Fastweb rimane fluido in attesa delle decisioni della magistratura. In queste ore il titolo cede ancora qualcosa a Piazza Affari, il consiglio di amministrazione ha deciso di chiedere l’isolamento della divisione Wholesale che controlla le attività incriminate. Una figura di garanzia potrebbe governare questa business unit dal peso ormai ridotto, lasciando integre, però, le altre attività. Una soluzione simile sembra pronta anche per Telecom Italia Sparkle, ma, di fronte alla gravità delle accuse, ancora tutto rimane incerto.</p>
<p>Quarantotto ore per il rinvio della decisione sul commissariamento rischiano di essere troppo poche e si diffondono le prime preoccupanti voci sugli effetti di questa pesante inchiesta sull’operatività della compagnia telefonica. Alcuni grandi clienti avrebbero già congelato il rinnovo dei contratti con Fastweb e ora corrono rischi i rapporti con le pubbliche amministrazioni che fino a ieri erano un fiore all’occhiello tra le attività della società della fibra ottica. Se la sfiducia si allargasse al retail, la situazione potrebbe davvero aggravarsi.</p>
 <p>
Giustamente qualcuno evidenzia che il commissariamento, un intervento studiato per salvare le aziende, rischia di essere invece letale per Fastweb e mette a rischio migliaia di lavoratori minando la fiducia nel gruppo. La posizione di Silvio Scaglia e di Stefano Parisi nelle carte dei magistrati e nello sviluppo del processo rimane importante: a essa si devono le maggiori incertezze sulla governance del gruppo rispetto al dossier di Telecom Italia Sparkle che invece non ha più alcun contatto con i manager finiti nell’inchiesta.</p>
<p>Serve sicuramente una scelta rapida e decisiva che possa restituire fiducia a tutti gli stakeholder, dai clienti, ai fornitori, agli azionisti. Swisscom, la società svizzera che attualmente controlla Fastweb potrebbe lanciare un’opa per evitare almeno che il titolo resti sul mercato in un periodo tanto delicato, sembra ancora indecisa sul da farsi, ma ribadisce il suo appoggio a Parisi.</p>
<p>Separare le responsabilità del gruppo da quelle del management resta molto difficile e gli stretti intrecci con la politica complicano un caso già difficilissimo. Le dimissioni del senatore Nicola Di Girolamo ieri hanno ravvivato (ma non ce n’era bisogno) l’attenzione dei media su questo dossier. I risvolti politici della vicenda, il sospetto di contiguità inaccettabili con la ‘Ndrangheta e il caos gestionale in cui l’azienda rischia di precipitare alimentano l’ennesima scossa tellurica nel settore delle telecomunicazioni italiane. Ancora una volta un settore tanto importante, anche in chiave strategica, per la nostra economia, piomba nel caos.</p>

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	<description>Il quadro di Fastweb rimane fluido in attesa delle decisioni della magistratura. In queste ore il titolo cede ancora qualcosa a Piazza Affari, il consiglio di amministrazione ha deciso di chiedere[...]</description>
	
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	<item>
	<title>Landi Renzo: Toyota fa bene, ma restano delle incertezze</title>
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	<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 14:16:31 GMT</pubDate>
	<dc:creator>riva</dc:creator>
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    <category>az-italia</category><category>automotive</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/LandiRenzologo.JPG" class="post" align="left" border="0" width="234" height="153" alt="landi renzo mercati auto logo finanza francia germania toyota stati uniti fiat opel peugeot" /></p>
<p>Il nuovo contratto di Landi Renzo con Toyota ieri ha davvero scaldato i corsi della società del Gpl: la chiusura delle contrattazioni ha visto il titolo a quota 3,74 euro, il 5,2% in più del prezzo di riferimento. Così gli impianti a gas della società di Cavriago (RE) monteranno sulle nuove Yaris a Aygo della casa giapponese.</p>
<p>Allargare la base delle vendite, la clientela, le fonti ricavo del gruppo è d’altra parte fondamentale in una fase tanto critica del settore dell’auto. Il mondo intero attende infatti l’evoluzione del mercato al termine degli incentivi già prefissato per diversi paesi. In Europa i mercati più importanti hanno preso strade diverse con la Germania e l’Italia che hanno deciso di tagliare gli incentivi al settore e la Francia che invece ha deciso di rinnovarli per il prossimo anno.</p>
<p>Se si considera che la crisi del 2009 ha visto pesanti cali nei mercati asiatici e ha concentrato il fatturato sull’Italia e nel Vecchio Continente, si comprende che l’attenzione a questo catalizzatore dei prezzi per tutto il comparto è fondamentale anche per la compagnia guidata da Stefano Landi. Nell’ultimo trimestre del 2009 il gruppo ha realizzato 69,5 milioni di euro di ricavi di cui ben 37 realizzati in Italia grazie agli ordini di Fiat specialmente.</p>
<p>Nel Bel Paese in generale la crescita del giro d’affari è stata del 138% a fronte di un 4% guadagnato nel resto dell’Europa: la prevista contrazione delle vendite ad aprile potrebbe dunque portare cattivi risultati a Landi Renzo incidendo più che in passato sul suo fatturato. Non mancano possibilità alternative, dai nuovi contratti Toyota ai kit per la trasformazione in bi-fuel dei diesel ai nuovi contratti in Francia e Germania con Renault e Opel, i timori per la sovraesposizione recente al mercato italiano in concomitanza con il taglio degli incentivi, lasciano comunque perplessi.</p>
<p>D’altra parte la società a fine gennaio ha avviato una nuova attività negli Stati Uniti dove il mercato ha problemi assai minori di sovraccapacità produttiva e gli incentivi dell’amministrazione Obama alle energie pulite promettono ulteriori vantaggi. Le pressioni sulla situazione patrimoniale poste dalla politica di forti investimenti attuata nel corso del 2009 rimangono per il momento assolutamente sostenibili: la posizione finanziaria netta positiva al 30 settembre 2008 per 57,29 milioni di euro, lo scorso 30 settembre era negativa per 61,7 milioni di euro, ma il patrimonio netto da oltre 126 milioni di euro è ampiamente sufficiente.</p>
<p>La forte politica di crescita del gruppo sembra insomma coperta da mezzi propri più che sufficienti, mentre le performance del conto economico appaiono deludenti con un ebitda che ha perso il 39,1% nei primi nove mesi del 2009 rispetto allo stesso intervallo del 2008. Il tutto è avvenuto in presenza di una crescita dei ricavi del 10% che non è detto si replichi quest’anno per i suddetti motivi. Sicuramente gli investimenti promettono molto, ma un intervento sulla catena dei costi forse a questo punto diventa prioritario.</p>
 
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	<title>Prospettive grafiche per Mediobanca e Generali</title>
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	<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 10:14:28 GMT</pubDate>
	<dc:creator>AleOne</dc:creator>
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    <category>compratienivendi</category><category>fatti-del-giorno</category><category>banche</category><category>generali</category><category>educational</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>Da tempo Mediobanca è al centro di indiscrezioni sul riassetto manageriale proprio e della principale controllata Generali (Mediobanca ne possiede circa il 14,7%). In attesa che la situazione maturi può valere la pena di investigare il contesto grafico all&#8217;interno del quale si muovono i due titoli. Per entrambi sono stati raggiunti infatti livelli tecnici significativi.</p>
 <p>
Il titolo Mediobanca è sceso fin da inizio febbraio a testare in area 7,30 euro il supporto offerto dai minimi di metà maggio. Le quotazioni hanno oscillato intorno a quei livelli dando luogo ad un piccolo testa spalle rialzista, completato con il superamento di area 7,70. La figura potrebbe favorire lo sviluppo di una fase rialzista diretta verso il test della forte resistenza di area 8,45, dove transitano la linea di tendenza tracciata dal top di ottobre segnato a 9,76 euro e le medie mobili a 100 e 200 giorni. Il superamento anche di 8,45 rappresenterebbe un segnale rilevante, un primo serio indizio in favore della ripresa del trend rialzista in atto dai minimi di marzo 2009 interrotto dalla flessione disegnata dal top di ottobre. Portandosi al di sopra di 8,45 Mediobanca si guadagnerebbe la possibilità di tornare a testare i citati massimi del 2009 a 9,76, area dove si colloca il 50% di ritracciamento del ribasso dal picco del dicembre 2006. E&#8217; ovviamente prematuro prefigurare quello che potrebbe accadere oltre quei livelli, se tuttavia si dovessero creare le giuste condizioni per il loro superamento anche il quadro tecnico di medio lungo periodo volgerebbe al bello ed il titolo potrebbe mettere a segno una ulteriore fase di crescita fino in area 11 euro almeno. Tutte le ipotesi di una futura crescita sarebbero da accantonare in caso di discese al di sotto dei 7,30/40 euro. In quel caso la fase ribassista intrapresa dallo scorso ottobre si dimostrerebbe non ancora terminata e potrebbe proseguire fino ad interessare area 6,50 euro almeno, uno dei più significativi ritracciamenti di Fibonacci (il 61,8%) relativi al rialzo dai minimi dello scorso marzo. </p>
<p>Graficamente interessante anche Generali: il titolo è sceso con i minimo dell&#8217;8 febbraio a 15,83 euro a ricoprire il gap rialzista del 20 agosto 2009, con base a 15,87, e da quei livelli ha messo a segno un rimbalzo che gli ha permesso di tornare al di sopra dei minimi di inizio novembre, a 16,64. La reazione in atto sta tentando di controbattere il brutto segnale inviato ad inizio febbraio proprio con la violazione dei minimi di novembre. Tra ottobre e gennaio il titolo aveva disegnato un ampio doppio massimo in area 19,30 euro, figura ribassista completata al di sotto di 16,64. Il doppio massimo potrebbe introdurre alla correzione di tutta la salita dai minimi dello scorso marzo, dando luogo ad una fase ribassista rilevante. La attuale ripresa dovrà quindi faticare non poco per cancellare il segnale negativo tuttora attivo. Sarebbe il superamento di area 18, dove transita la media mobile a 100 sedute, ad inviare un primo segnale credibile di rialzo. Oltre quei livelli sarebbe possibile un nuovo test della forte resistenza dei 19,30 euro, dove non solo si collocano i due vertici del doppio massimo, ma anche il 38,2% di ritracciamento del ribasso dal picco dell&#8217;ottobre 2007. Andando oltre area 19,30/50 Generali segnalerebbe l&#8217;intenzione di voler dare un seguito al rialzo disegnato dallo scorso marzo. Obiettivo del titolo in quel caso in area 21,50 euro. La mancata rottura dei 18 euro e la violazione di 15,83 riporterebbero prepotentemente d&#8217;attualità le implicazioni ribassiste derivanti dal completamento della figura ribassista. Le prospettive sarebbero in quel caso in favore di discese fino a 13,50 con supporto intermedio in area 14,50, 50% di ritracciamento di tutta la salita dai minimi di marzo 2009.</p>

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	<item>
	<title>Fiat: la sfida globale impone all'Italia nuove strategie per l'auto</title>
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	<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 14:16:14 GMT</pubDate>
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    <category>fiat</category><category>az-italia</category><category>automotive</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/finanzablog/fiatitalia.JPG" class="post" align="left" border="0" width="241" height="64" alt="fiat mercato finanza marchionne polonia termini imerese melfi dati andamento ebit margin delocalizzazione risultati incentivi politiche industriali linee di produzione human capital chrysler brasile cina india russia sollers tata" /></p>
<p>La deitalianizzazione di Fiat è probabilmente una scelta industriale difficile da contestare. L’auto in Italia ha probabilmente fatto il suo tempo e il centro della produzione e della vendita di autovetture si è spostato nel tempo su altri mercati. Fa bene Repubblica a evidenziarlo ieri, fa bene la comunità finanziaria a parlarne, farebbe bene la politica a tentare un nuovo approccio al problema dopo quello degli incentivi.</p>
<p>Sia chiaro il problema della sovraccapacità produttiva riguarda tutta l’Europa, in Germania è probabilmente più grave che in Italia (si pensi che lì vengono prodotti 3 milioni di auto e ne viene comprato solo un milione). In Francia per evitare il probabile tracollo dell’auto alla fine degli incentivi hanno deciso di rinnovarli per tutto l’anno. E qui? Nel Bel Paese qualcuno calcola un calo del 50% fra l’aprile 2009 e l’aprile 2010 – perché solo quel mese cesseranno gli strascichi e l’inevaso degli incentivi 2009 – e del 16% anno su anno.</p>
<p>I problemi strutturali rimarranno però sul tappeto. Per avere un’idea l’ebit margin medio europeo è tra il 3 e il 3,5% per quel che riguarda il settore auto: le attese per il dato corrispettivo negli Stati Uniti parlano di un 7 per cento. Ok si tratta di un obiettivo da realizzare, ma anche di un obiettivo doppio rispetto a quanto avviene oggi in Europa. Ma come la centralità dell’Italia per Fiat? Tutti sanno che è finita da un pezzo: il primo paese di vendita e produzione del Lingotto è il Brasile dove la quota di mercato è del 25% e il gruppo ha una presenza consolidata.</p>
<p>Presenze strategiche sono in Cina e in Russia, mentre gli effetti sul conto economico di Chrysler potranno vedersi solo in futuro perché al momento nel conto economico del gruppo l’americana ha il valore di una partecipazione finanziaria. In Italia il concreto rischio di produrre in perdita a fronte delle dimensioni di un mercato che non è più in grado di assorbire la produzione nostrana minaccia l’occupazione e in fondo la nostra storia industriale. L’incentivo rischia di diventare un palliativo, una droga alla quale forse è stato opportuno dire di no.</p>
<p>La Fiat di oggi deve competere con giganti agguerriti su scala globale: la partnership in Russia con Sollers, le puntate in Messico e gli impianti polacchi, l’alleanza con Tata in India e i truck in Cina rappresentano il vero futuro del gruppo. La chiusura di Termini Imerese e il potenziamento forzoso della produzione di Melfi con la Panda non risolveranno certo una sovraccapacità di produttiva che è cresciuta negli anni e che ora concentra il capitale umano sulla ricerca e lo sviluppo (che per fortuna per ora rimangono in Italia).</p>
<p>E l’operaio? A chi conta quelli di trent’anni fa e gli 80 mila lavoratori di Fiat di oggi bisognerebbe ricordare che una volta su una linea produttiva stavano 20 persone oggi 2 e che quindi la tecnologia ha fatto dei passi avanti da cui non si torna indietro.</p>
<p>Sperare di affrontare problemi nuovi con vecchie soluzioni sarebbe inutile e sciocco. Serve senz’altro qualcosa di diverso, forse ne vedremo un anticipo al Salone di Ginevra. A questo punto pare infatti chiaro che l&#8217;Italia è sempre più un mercato come gli altri per Fiat e che quindi il Lingotto (o le altre case automobilistiche) dovranno essere attirate dalla politica con proposte industriali concrete perché la logica globale in cui è inserito non gli dà possibilità di errore.</p>
 
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	<item>
	<title>Dollaro forte, quale prospettive per le commodities?</title>
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	<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 07:36:18 GMT</pubDate>
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    <category>commodities</category><category>compratienivendi</category><category>fatti-del-giorno</category><category>educational</category>
    <content:encoded><![CDATA[<p>I prezzi delle commodities sono correlati in modo inversamente proporzionale al valore della moneta in cui sono espressi: quando il dollaro si apprezza (ovvero quando il grafico dell&#8217;euro dollaro scende) l&#8217;indice Crb, il benchmark utilizzato come riferimento del mondo delle merci, si deprezza, viceversa quando il dollaro perde di valore (quando il grafico sale) il Crb guadagna, questo almeno è quello che è successo di recente. Il legame tra i due strumenti è molto elevato: l&#8217;indice di correlazione calcolato su base annua negli ultimi due anni si è mantenuto, eccettuato un breve periodo tra agosto ed ottobre 2009, al di sopra della soglia di 0,8, molto vicino quindi al valore massimo teorico possibile di 1,0.</p>
 <p>
Se il legame tra il prezzo delle merci ed il valore del dollaro si dovesse mantenere stabile alla discesa del cambio euro dollaro verso area 1,1450 (target al di sotto di 1,30) potrebbe corrispondere un deciso calo del Crb, attualmente in area 270, che potrebbe scendere verso area 200 almeno. In passato tuttavia la relazione tra dollaro e merci non era sempre stata elevata e positiva: nel periodo tra il luglio 2005 ed il maggio 2006 ad esempio l&#8217;indice di correlazione aveva assunto anche valori negativi. </p>
<p>Seguire l&#8217;evoluzione della correlazione sarà quindi molto importante per gli investitori che vogliano diversificare il proprio portafoglio introducendo le commodities. Se la correlazione dovesse farsi meno stretta, con le merci libere di apprezzarsi anche in presenza di un dollaro forte, per l&#8217;investitore domestico vi sarebbe un doppio vantaggio, quello derivante dalla crescita di valore dello strumento acquistato e quello dell&#8217;effetto cambio favorevole. L&#8217;andamento grafico del Crb per il momento, nonostante la crescita del 50% circa messo a segno dai minimi di inizio 2009, non è tuttavia ancora dichiaratamente rialzista. </p>
<p>I massimi di gennaio hanno ritracciato infatti un terzo circa del ribasso dal massimo storico del 2008, troppo poco per parlare di inversione di tendenza. Il rischio di un calo del Crb in risposta ad una fase prolungata di apprezzamento del dollaro non è quindi da escludere. Segnali in questo senso verrebbero al di sotto dei 260/65 punti, area di transito della media mobile a 200 sedute, già testata dai minimi di inizio febbraio, e della linea di tendenza tracciata dai minimi di inizio 2009. Indicazioni positive verrebbero al contrario al di sopra dei massimi di inizio anno a 294 punti circa, una mossa che potrebbe aprire la strada a movimenti in area 330 e che potrebbe quindi rappresentare una buona opportunità di ingresso anche per il risparmiatore domestico. Lo studio del grafico del prezzo del greggio, un componente fondamentale del paniere delle merci, non aiuta a risolvere i dubbi sul destino di questo comparto. </p>
<p>Il recente ritorno al di sopra di area 80 dollari al barile non è infatti significativo. Un vero e proprio segnale rialzista verrebbe inviato solo al di sopra di area 88, 50% di ritracciamento del ribasso dai massimi del 2008. Fino a quel momento la fase crescente disegnata nell&#8217;ultimo anno è da considerare una correzione della lunga discesa precedente. Oltre area 88 il prezzo del greggio potrebbe puntare invece con decisione al rialzo, con un obiettivo di poco superiore ai 100 dollari al barile. Le prospettive di crescita dell&#8217;economia globale fornite dalla National Association for Business Economists (Nabe) parlano di un +3,1% per il 2010 e di un +3,2% nel 2011, valori simili a quelli previsti dalla Fed per gli soli Stati Uniti (crescita del Pil 2010 tra il 2,8% ed il 3,5%), potrebbero sostenere la domanda di materie prime e rendere quindi possibile un apprezzamento del greggio anche in presenza di un dollaro forte. </p>
<p>Una situazione di questo tipo del resto si è realizzato già più volte in passato, come ad esempio durante tutto il 2005, con il greggio apprezzatosi del 50% circa ed il dollaro passato da quota 1,36 a 1,18 contro euro. Ed anche il prezzo dell&#8217;oro è a rischio di nuovi ribassi se realmente nei prossimi mesi si realizzerà una fase di ulteriore apprezzamento del dollaro. La correlazione tra questi due strumenti è marcata, anche se in questo caso, come per il petrolio, non sono mancate in passato fasi, anche durature, durante le quali le similitudini sono scomparse (ad esempio il periodo dal dicembre 2008 al marzo 2009 ha visto l&#8217;oro ed il dollaro rafforzarsi contemporaneamente). </p>
<p>Certo è che il prezzo dell&#8217;oro negli ultimi anni ha corso molto, andando a ritoccare spesso i propri massimi storici, ed una correzione di quel rialzo, anche estesa, non dovrebbe stupire quindi più di tanto. Il metallo giallo fino a metà del 2005 valeva infatti ancora poco più di 400 dollari l&#8217;oncia, di recente ha superato quota 1200 triplicando quindi di valore in poco più di 4 anni. Per il momento comunque il trend dell&#8217;oro rimane al rialzo, solo discese sotto area 1030, picco del marzo 2008 e media mobile a 200 giorni, potrebbero segnalare l&#8217;avvio di un ribasso esteso, diretto verso i 900 dollari almeno. </p>
<p>D&#8217;altro canto solo movimenti al di sopra dei massimi storici di dicembre 2009 a 1226 potrebbero indicare la ripresa del rialzo prospettando il test di area 1400. Anche in questo caso uno scenario di probabile apprezzamento della moneta Usa induce comunque l&#8217;investitore che voglia introdurre l&#8217;oro o strumenti correlati in portafoglio alla prudenza. Meglio attendere segnali di forza prima di intervenire, indicazioni favorevoli ad un allentarsi delle correlazioni esistenti tra oro e dollaro che permettano di sperare in un doppio guadagno derivante da una crescita di valore sia del metallo sia della moneta nella quale è quotato.</p>

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	<description>I prezzi delle commodities sono correlati in modo inversamente proporzionale al valore della moneta in cui sono espressi: quando il dollaro si apprezza (ovvero quando il grafico dell&amp;#8217;euro[...]</description>
	
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